Categoria: la Botanica

  • L’enigma del cardo senza spine:  alla scoperta del rarissimo Ptilostemon Greuteri sul Monte Inici

    L’enigma del cardo senza spine: alla scoperta del rarissimo Ptilostemon Greuteri sul Monte Inici

    Ci sono escursioni che non sono soltanto cammini dentro un paesaggio, ma veri e propri viaggi dentro la storia naturale di un territorio. Una di queste mi ha portato tra i canyon nascosti del Monte Inici, nel trapanese, un massiccio calcareo che domina il Golfo di Castellammare e che custodisce uno dei segreti botanici più sorprendenti della Sicilia.

    Chi frequenta questi luoghi sa che il Monte Inici è un ambiente duro e selvaggio: pareti rocciose, canaloni profondi, valloni ombrosi e difficili da raggiungere. È proprio in questi angoli quasi inaccessibili che sopravvive una pianta rarissima e quasi sconosciuta al grande pubblico: il cardo di Greuter, il cui nome scientifico è Ptilostemon greuteri.

    Durante l’escursione, mentre percorrevamo uno dei canyon che incidono il versante del monte, lo sguardo cade inevitabilmente sulle pareti calcaree. Qui la vegetazione cambia improvvisamente. L’aria è più umida, il sole arriva solo a tratti e una sottile nebbiolina sospinta dai venti marini si incastra tra le falesie. È questo microclima a permettere la sopravvivenza di una delle piante più rare della flora siciliana.

    La prima cosa che colpisce del cardo di Greuter è che… non sembra un cardo. Appartiene alla famiglia delle Asteraceae, la stessa del carciofo e dei cardi più comuni, ma ha una caratteristica sorprendente: non ha spine. La pianta può superare i tre metri di altezza e sviluppa grandi foglie che le permettono di ridurre al minimo la perdita d’acqua, una strategia fondamentale per sopravvivere in un ambiente mediterraneo caratterizzato da estati lunghe e aride.

    Eppure, nonostante queste capacità di adattamento, questa specie resta estremamente fragile. In natura cresce solo in due canyon del Monte Inici, in provincia di Trapani. La prima popolazione fu individuata alla fine degli anni Ottanta, mentre una seconda è stata scoperta solo recentemente, a circa due chilometri di distanza.

    Il nome della pianta è un omaggio al botanico svizzero Werner R. Greuter, mentre la specie è stata descritta scientificamente nel 2006 dai botanici siciliani Francesco Maria Raimondo e Giannatonio Domina. Per molto tempo, però, questo cardo è stato un vero rompicapo per gli studiosi.

    Secondo i ricercatori, infatti, il Ptilostemon greuteri è un autentico relitto climatico. Significa che potrebbe essere il residuo di una flora molto più antica, sopravvissuta in Sicilia dopo la fine dell’ultima era glaciale, quando il clima era più fresco e umido rispetto a oggi.

    C’è persino un’ipotesi ancora più affascinante: questa pianta potrebbe essersi evoluta nel nord-ovest della Sicilia quando l’isola non era ancora quella che conosciamo oggi, ma un arcipelago di terre emerse. Con il passare dei millenni e con il cambiamento del clima, la specie si sarebbe progressivamente ritirata nei luoghi più freschi e ombrosi, trovando rifugio nei valloni calcarei del Monte Inici.

    Guardando quelle pareti rocciose durante l’escursione, è facile capire perché. Le forre del monte funzionano come piccoli rifugi climatici naturali. Qui l’umidità resta intrappolata tra le rocce e le nebbie portate dal mare garantiscono un minimo di acqua anche nei mesi più secchi.

    Ma la storia del cardo di Greuter non è fatta solo di fragilità. Questa pianta possiede anche una sorprendente strategia di sopravvivenza. Negli ultimi decenni gli incendi estivi hanno colpito più volte il Monte Inici, arrivando in alcuni casi a distruggere completamente le popolazioni presenti.

    Eppure il cardo è riuscito a reagire.

    Prima che il fuoco arrivasse, le piante avevano già accumulato nel terreno una grande quantità di semi. Quando le fiamme si sono spente, il suolo si è trasformato in una vera banca di semi naturale, permettendo alla specie di rigenerarsi. È come se la pianta avesse predisposto una sorta di piano di emergenza per affrontare uno degli eventi più distruttivi degli ecosistemi mediterranei.

    Nonostante questa capacità di risposta, il Ptilostemon greuteri resta una delle piante più minacciate della flora italiana. Secondo la IUCN, l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura, è classificata come criticamente minacciata di estinzione. Paradossalmente, però, non esiste ancora una forma specifica di protezione dedicata esclusivamente a questa specie.

    Le due popolazioni conosciute si trovano comunque all’interno di un sito della rete europea Natura 2000, ma i rischi restano concreti: incendi, pascolo intensivo e disturbo dell’habitat potrebbero compromettere definitivamente la sopravvivenza della specie.

    Per questo negli ultimi anni è stato avviato il Progetto Ptilostemon, promosso da ricercatori dell’Università di Palermo insieme all’Istituto di Bioscienze e BioRisorse del CNR. L’obiettivo è duplice: monitorare le popolazioni esistenti e provare a riprodurre la pianta per rafforzare la sua presenza in natura, un po’ come è stato fatto con altre specie rarissime della Sicilia come la Zelkova sicula o l’Abies nebrodensis.

    Camminando tra i canyon del Monte Inici, davanti a queste piante alte e silenziose, si ha la sensazione di trovarsi davanti a un frammento di tempo antico. Una specie che ha attraversato cambiamenti climatici, trasformazioni geologiche e millenni di evoluzione, riuscendo a sopravvivere fino a oggi in un minuscolo angolo di Sicilia.

    Ed è proprio questo il punto: la biodiversità non è qualcosa di astratto. È fatta di luoghi precisi, di microhabitat fragili e di specie che esistono solo lì. Il cardo di Greuter non è soltanto una rarità botanica. È una testimonianza vivente della storia naturale del Mediterraneo.

    E forse anche un promemoria molto chiaro: certi tesori esistono solo finché siamo capaci di proteggerli.

  • In giro per le Egadi, a caccia di biodiversità

    In giro per le Egadi, a caccia di biodiversità

     Tra le rupi assolate e gli arbusti battuti dal vento delle Egadi cresce una pianta rara, discreta, ma fondamentale: il Cavolo delle Egadi (Brassica macrocarpa).

    Si tratta di una specie endemica, oggi presente solo a Favignana e Marettimo.
    Da Levanzo è scomparsa già all’inizio del secolo scorso: un dato che dice molto, senza bisogno di troppe spiegazioni. Gli equilibri naturali sono fragili, e perdere biodiversità è fin troppo facile, spesso senza nemmeno rendercene conto.
    La Brassica macrocarpa cresce all’ombra di rupi e arbusti, adattandosi a condizioni ambientali estreme, e presenta una fioritura precoce, una caratteristica che la rende ancora più vulnerabile ai cambiamenti climatici e alle pressioni antropiche.

    👉 È per questo che attività come
    • la raccolta dei semi,
    • l’individuazione delle colonie,
    • il monitoraggio costante delle popolazioni
    non sono semplici esercizi scientifici, ma azioni concrete di conservazione.
    Piccoli gesti che, messi insieme, fanno davvero la differenza e contribuiscono a salvaguardare la biodiversità delle nostre isole.

    Proteggere una pianta non significa solo salvare una specie:
    significa difendere una storia evolutiva, un paesaggio, un’identità.

    Ed è proprio per questo che ho ritenuto importante dare la mia disponibilità al
    Progetto COUSIN – Utilizzazione e Conservazione delle parentali selvatiche per un’agricoltura sostenibile,
    insieme alla Facoltà di Agraria dell’Università di Catania, che da anni studia e monitora queste specie di valore inestimabile.

    Sta a noi decidere se vogliamo ascoltarle… o perderle per sempre