Categoria: Riserve Naturali

  • Saline di Trapani e Paceco: dove il sale racconta la Sicilia più autentica

    Saline di Trapani e Paceco: dove il sale racconta la Sicilia più autentica

    Ci sono luoghi in Sicilia che non si limitano a essere belli. Sono paesaggi vivi, modellati dal lavoro dell’uomo e dal ritmo lento della natura. Le Riserva Naturale Orientata Saline di Trapani e Paceco sono esattamente questo: un equilibrio fragile e prezioso che, se oggi esiste ancora, è perché qualcuno ha deciso di fermare il tempo prima che fosse troppo tardi.

    Fino a pochi decenni fa, quest’area rischiava di essere inghiottita dall’espansione urbana. Poi, nel 1995, con l’istituzione della riserva e l’affidamento della gestione al WWF Italia, questo tratto di costa è stato sottratto al cemento. Ventisei anni possono sembrare pochi, ma qui hanno fatto la differenza tra perdere un paesaggio unico e conservarlo.

    Oggi le saline si estendono tra i territori di Trapani e Paceco, per circa mille ettari. È una distesa orizzontale fatta di vasche d’acqua, argini, mulini a vento e riflessi che cambiano colore durante la giornata. Un paesaggio essenziale, quasi minimale, dove ogni elemento ha una funzione precisa.

    Qui il sale non è solo un prodotto. È cultura, è storia, è identità.

    Le saline di Trapani e Paceco sono tra le ultime ancora attive in Sicilia e utilizzano ancora metodi tradizionali, gli stessi tramandati da secoli. Il lavoro segue il ritmo del sole, del vento e dell’acqua marina. Nulla è lasciato al caso, ma nulla è forzato. È un equilibrio sottile tra intervento umano e processi naturali.

    Ed è proprio questo equilibrio a rendere le saline uno scrigno di biodiversità.

    Quello che può sembrare un ambiente artificiale, in realtà è diventato nel tempo un habitat perfetto per una straordinaria varietà di forme di vita. Le diverse concentrazioni di sale nelle vasche creano condizioni uniche, in cui prosperano organismi altamente specializzati, dai microrganismi fino agli uccelli migratori.

    Camminando lungo gli argini si ha la sensazione di attraversare un paesaggio sospeso. Il silenzio è rotto solo dal vento e dal richiamo degli uccelli. In alcuni periodi dell’anno le saline diventano una vera e propria stazione di sosta per specie migratorie che trovano qui cibo e riparo durante i loro lunghi viaggi tra Africa ed Europa.

    Non è un caso se quest’area è riconosciuta come Zona di Protezione Speciale e Zona Speciale di Conservazione. Inoltre, è stata dichiarata zona umida di importanza internazionale secondo la Convenzione di Ramsar, uno dei più importanti strumenti globali per la tutela degli ecosistemi acquatici.

    Ma le saline non sono solo natura. Sono anche paesaggio culturale.

    I mulini a vento, utilizzati un tempo per pompare l’acqua da una vasca all’altra, disegnano l’orizzonte e raccontano una Sicilia fatta di lavoro manuale, ingegno e adattamento. Le architetture semplici, funzionali, quasi essenziali, si integrano perfettamente con l’ambiente circostante.

    E poi ci sono i colori.

    All’alba e al tramonto le saline cambiano volto. L’acqua si tinge di rosa, arancio e viola, riflettendo il cielo e trasformando ogni vasca in uno specchio. È uno spettacolo silenzioso, che non ha bisogno di spiegazioni. Basta fermarsi e guardare.

    Tra le specie vegetali che caratterizzano questo ambiente spiccano le comunità delle steppe salate mediterranee, dominate dal genere Limonium, con diverse specie endemiche capaci di sopravvivere in condizioni estreme. Crescono su suoli impregnati di acqua salmastra e sottoposti a lunghi periodi di aridità estiva, dimostrando quanto la vita riesca ad adattarsi anche agli ambienti più difficili.

    Visitare le saline di Trapani e Paceco non è un’esperienza da fare di corsa. Non è il classico luogo da “vedere e andare via”. È uno spazio che richiede lentezza.

    Bisogna camminare, osservare, lasciarsi attraversare da questo paesaggio orizzontale e apparentemente semplice, ma in realtà complesso e stratificato. Solo così si capisce davvero cosa rappresenta: un punto d’incontro tra natura e cultura, tra produzione e conservazione, tra passato e presente.

    E soprattutto, è la prova concreta che un altro modo di abitare e vivere il territorio è possibile. Anche in una terra difficile e bellissima come la Sicilia.

  • Riserva Naturale di Monte Cofano

    Riserva Naturale di Monte Cofano

    Ci sono luoghi della Sicilia occidentale che sembrano sospesi nel tempo. Paesaggi dove la montagna incontra il mare senza filtri, senza strade panoramiche invadenti, senza costruzioni che rubino spazio alla natura.
    La Riserva Naturale Orientata Monte Cofano è uno di questi luoghi.

    Questo promontorio roccioso si trova a metà strada tra San Vito Lo Capo e Trapani, all’interno del territorio comunale di Custonaci, un paese conosciuto in tutta Italia per le sue cave di marmo. Non a caso Custonaci è stata insignita del titolo di Città Internazionale dei Marmi, grazie alla produzione del celebre Perlato di Sicilia, una pietra che da queste montagne è arrivata nei palazzi e nelle architetture di mezzo mondo.

    Ma Custonaci non è solo marmo. Qui si trova anche uno dei luoghi di culto più importanti della provincia di Trapani: il Santuario di Maria Santissima di Custonaci, un santuario del Quattrocento dedicato alla Vergine Maria e profondamente legato alla storia e alla devozione della comunità locale.

    Poco più in là, affacciato sul mare, emerge il profilo imponente di Monte Cofano. Un massiccio calcareo che sembra un’isola di roccia incollata alla terraferma.

    Prima del grande incendio del 2024, che ha segnato profondamente questo territorio, il paesaggio era dominato da estese distese di palme nane e da grandi ciuffi di disa, l’ampelodesma che cresce spontanea tra le rocce e il vento salmastro. Ancora oggi, nonostante le ferite lasciate dal fuoco, la riserva conserva un fascino potente e primordiale.

    Enormi massi rotolati nel tempo dalle pareti della montagna punteggiano la costa fino a sfiorare il mare. Il Tirreno, di un blu intenso, circonda il promontorio e ne esalta le guglie calcaree, creando un paesaggio quasi teatrale.

    Monte Cofano appare come un vero sipario naturale che separa due piccoli golfi: quello di Castelluzzo a ovest e quello di Makari a est.

    Il modo migliore per conoscere questo luogo è camminare. La riserva ha due accessi principali, uno sul lato orientale e uno sul lato occidentale, collegati da un suggestivo sentiero costiero che abbraccia completamente la montagna. Percorrerlo richiede circa due ore di cammino, ma il tempo qui è un dettaglio relativo: ogni curva regala scorci nuovi, ogni tratto racconta una storia.

    Entrando dal lato est si incontra quasi subito uno dei luoghi più suggestivi della riserva: la Tonnara di Cofano. Un piccolo agglomerato di edifici affacciato sul mare che conserva ancora l’atmosfera delle antiche tonnare siciliane.

    Tra le semplici abitazioni in pietra emerge la Torre di Tono, una torre costiera davvero particolare. La sua struttura quadrata con pareti concave la rende unica in Sicilia. Fu costruita alla fine del Cinquecento per difendere la tonnara e il piccolo borgo marinaro dagli attacchi dei pirati che per secoli hanno solcato queste acque.

    Da qui il sentiero offre due possibilità. Si può continuare lungo la costa oppure salire lungo il cosiddetto sentiero della Grotta Perciata. Questa cavità naturale si apre a mezza altezza sul costone roccioso che guarda il Tirreno e rappresenta uno dei punti panoramici più spettacolari dell’intero periplo del monte.

    Riprendendo il cammino attorno alla montagna si incontra una piccola cappella dedicata al Santissimo Crocifisso. Alle sue spalle, incastonata nella parete rocciosa, una scalinata conduce alla Grotta del Crocifisso, una cavità naturale sospesa a circa sessanta metri sopra il livello del mare. Non è grande, appena sei metri di larghezza e poco più di venti di profondità, ma la posizione panoramica la rende un luogo carico di suggestione.

    Poco più avanti appare la Torre di San Giovanni. A differenza della Torre di Tono, questa faceva parte del sistema di torri di avvistamento voluto per difendere le coste siciliane. Da qui le sentinelle controllavano il mare alla ricerca di navi sospette o incursioni piratesche.

    Continuando verso l’ingresso ovest, il paesaggio cambia. Le pareti del monte diventano più aspre e ripide e, superata Punta del Saraceno, precipitano quasi verticali verso il mare. È uno dei tratti più spettacolari della costa.

    Da qui si può completare l’anello del Cofano risalendo verso l’interno lungo il sentiero che porta al Baglio Cofano. Durante la salita emergono le tracce di una delle vecchie cave di Custonaci. Le rocce mostrano ancora i tagli lasciati sui blocchi destinati alla lavorazione del celebre Perlato di Sicilia.

    Raggiunta la sella della montagna si arriva al Piano Alastre, un piccolo pianoro a circa 247 metri sul livello del mare. Qui si forma una pozza stagionale che durante l’inverno si riempie d’acqua e ospita minuscoli crostacei, mentre in estate rimane completamente asciutta.

    Un tempo da questo punto si poteva proseguire fino alla vetta di Monte Cofano, ma oggi l’accesso alla cima non è consentito per motivi di tutela ambientale.

    Il cammino continua lungo il sentiero forestale fino a raggiungere la costa di Makari, seguendo le indicazioni per il sentiero Scaletta. Qui la macchia mediterranea torna fitta e profumata, avvolgendo l’antico tracciato che per secoli è stato percorso dai pastori per spostarsi tra le montagne e i piccoli villaggi della costa.

    È proprio in questi momenti che si capisce davvero Monte Cofano.

    Non è solo una riserva naturale. È un paesaggio che racconta la Sicilia più autentica: quella delle tonnare, dei pastori, delle torri di avvistamento e delle cave di marmo. Un luogo dove la montagna e il mare continuano a parlarsi come hanno sempre fatto, molto prima che arrivassero i turisti e molto prima che qualcuno pensasse di trasformarlo in una destinazione.

    per informazioni contattaci sui miei social

  • Riserva dello Zingaro: la costa della Sicilia salvata da chi la amava

    Riserva dello Zingaro: la costa della Sicilia salvata da chi la amava

    Ci sono luoghi che non esistono per caso. Esistono perché qualcuno, a un certo punto della storia, ha deciso di difenderli.
    La Riserva Naturale Orientata dello Zingaro è uno di questi.

    Oggi appare come uno degli ultimi tratti di costa davvero selvaggi della Sicilia: sette chilometri di mare turchese, scogliere bianche e sentieri che attraversano una macchia mediterranea profumata di timo, carrubo e salsedine. Ma negli anni Settanta questo paesaggio rischiava di diventare qualcosa di molto diverso.

    Era prevista una strada litoranea che avrebbe collegato Scopello con San Vito Lo Capo. I lavori erano persino iniziati nel 1976. Un progetto come tanti, figlio di un’epoca in cui il progresso significava quasi sempre asfalto, cemento e accesso facile al mare.

    Poi successe qualcosa di raro.

    Associazioni ambientaliste, cittadini, studenti e appassionati di natura decisero che quella costa non poteva diventare l’ennesima strada panoramica. Per anni si mobilitarono, organizzarono incontri, proteste e una grande campagna di sensibilizzazione che coinvolse giornali e opinione pubblica.

    Il momento decisivo arrivò il 18 maggio del 1980.
    Circa tremila persone marciarono lungo la costa e presero simbolicamente possesso di quel territorio. Non fu una protesta violenta, ma un gesto potente: camminare insieme per dire che quel luogo doveva restare selvaggio.

    Quella giornata cambiò la storia di questo tratto di Sicilia. L’anno successivo, con la legge regionale 98 del 1981, nacque ufficialmente la riserva naturale. Era la prima della regione e segnò un passaggio fondamentale nella cultura della tutela ambientale dell’isola.

    Oggi la Riserva dello Zingaro si estende nella parte occidentale del Golfo di Castellammare, tra Castellammare del Golfo e la provincia di Trapani. È una striscia di natura lunga sette chilometri che si sviluppa lungo la penisola di San Vito lo Capo, un paesaggio dove la montagna scende quasi di colpo verso il mare.

    Qui il terreno racconta una storia geologica antichissima. Le scogliere calcaree, nate milioni di anni fa, si alzano ripide sopra il Tirreno e raggiungono il loro punto più alto a Monte Speziale, che domina il mare da oltre novecento metri di altezza. Il paesaggio è ruvido, a tratti severo, modellato dal vento, dall’acqua e dal carsismo che ha creato doline, pianori e rocce affioranti.

    Ma lo Zingaro non è solo natura selvaggia. È anche il risultato di secoli di vita contadina.

    Fino a pochi decenni fa queste montagne erano coltivate. Ogni piccolo fazzoletto di terra veniva utilizzato. Si seminava grano, si allevavano animali, si raccoglievano carrube e olive. Ancora oggi, camminando lungo i sentieri della riserva, tra la macchia mediterranea compaiono all’improvviso vecchi caseggiati rurali in pietra. Sono tracce silenziose di un paesaggio agricolo che ormai appartiene alla memoria.

    In primavera e in estate la riserva esplode di colori. Le palme nane ricoprono intere pendici, la macchia mediterranea profuma l’aria e gli olivastri si aggrappano alle rocce come se fossero parte della montagna stessa. Tra i carrubi secolari si aprono scorci improvvisi sul mare, sempre presente, sempre vicino.

    Perché allo Zingaro il mare non è solo un confine geografico. È la presenza costante che accompagna ogni passo.

    Il profilo della costa è un alternarsi di alte pareti rocciose che precipitano nel blu e piccole insenature nascoste. Dal mare queste calette sembrano nicchie luminose incavate nella roccia dolomitica, piccoli rifugi di pietra bianca e acqua cristallina.

    Entrando nella riserva dal lato di Scopello e camminando verso nord, il sentiero incontra una dopo l’altra alcune delle baie più suggestive della Sicilia. Cala della Capreria è spesso il primo incontro con questo mare incredibile, una mezzaluna di ciottoli chiari incastonata tra le rocce. Più avanti si trovano Cala del Varo, Cala della Disa e Cala Beretta, ognuna con un carattere diverso ma con la stessa acqua trasparente.

    Poi arrivano Cala Marinella e Cala Torre dell’Uzzo, dove il fondale calcareo amplifica la luce e crea sfumature di azzurro che ricordano i mari tropicali. Infine, verso l’estremità nord della riserva, si raggiunge Tonnarella dell’Uzzo, un luogo che unisce archeologia, natura e paesaggio in uno scenario quasi primordiale.

    Ma la verità è che lo Zingaro non è un posto da visitare in fretta.

    È un luogo che si capisce solo camminando. Il ritmo è quello dei passi sui sentieri polverosi, delle soste all’ombra di un carrubo, del silenzio rotto dal vento o dal rumore delle onde contro la scogliera. È un paesaggio che si svela lentamente, curva dopo curva.

    Ed è proprio questo il motivo per cui esiste ancora così com’è.

    Perché qualcuno, molti anni fa, ha deciso che questo tratto di Sicilia doveva restare selvaggio. Non per nostalgia, ma per permettere anche a chi arriva oggi di fare un’esperienza semplice e rara: camminare lungo una costa mediterranea che è rimasta, incredibilmente, quasi com’era una volta.

    per informazioni contattaci sui nostri social